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Vai a lavorare, ragazzo!

Get a job, kid! tuona un'orripilata Anne Lowrey, giornalista economica, in apertura del  sito Slate. Ma stiamo scherzando, ma come è mai potuto accadere un fenomeno di una tale gravità, un segno tangibile del declino morale americano, dell'infiacchimento progressivo delle giovani generazioni? Tutto parte da un articolo del Wall Street Journal (anzi da un editoriale, perchè l'argomento merita senza dubbio un commento ) intitolato drammaticamente The jobless summer, l'estate senza lavoro. 

Il fatto è che – in base ai dati del Dipartimento del lavoro americano – quest'estate soltanto un teenager americano su quattro si adopererà in quei "disgustosi ma formativi"- così li definisce la Lowrey – lavoretti estivi, ovvero andrà a fare lo sguattero in qualche chiosco sulle schiumose coste oceaniche,  a vendere hot dog negli stadi, a servire ciambelle nelle cafetterie e a distribuire latte e giornali sull'uscio delle villette a schiera dell'infinita e immutabile periferia della middle class americana. 

Quindi, stigmatizza il Wall Street Journal " invece di apprendere i preziosi valori del mondo del lavoro come alzarsi dal letto, fare la doccia ed essere gentili con i clienti, milioni di ragazzi trascorreranno la loro estate a giocare al computer o ad andare a zonzo con gli amici". L'unica spiegazione con una certa percentuale di ragionevolezza che il Wall Street Journal riesce a darsi a proposito di questo allarmante fenomeno sociale è che i genitori sono così preoccupati per il futuro della prole che l'estate viene utilizzata a scopi culturali-formativi,  per migliorare curriculum e performance scolastiche, sì da allontanare l'orripilante fantasma di una futura disoccupazione.  Ovviamente, il pezzo del Wall Street Journal (è pur sempre il Wall Street Journal, anche quando tratta di lavoretti estivi..) è corredato da un grafico che allego al post e poi vi tedio con le mie riflessioni. Prima buttate un occhio al grafico.

3teenage

Se siete arrivati fin qui vuol dire che ci tenete a sapere come la penso (insomma, grazie) e quindi non posso sottrarmi dal commentare. Ora, che oggi solo un ragazzo su quattro lavori d'estate in America  lascia sinceramente freddini noi italiani, Paese dove storicamente semmai 1 su 400mila e non 1 su 4 tra i nostri adolescenti si industria a fare il gelataio o il bagnino sulla riviera romagnola con l'obiettivo più dell'acchiappo che del compenso, tanto a pagare le vacanze ci pensa mammà. Il punto è che qui da noi – in Italia – il motivo per cui i ragazzi non vanno a lavorare d'estate è che sono stanchi e si devono riposare. Mica perchè devono studiare o arricchire il curriculum! E ora, se avete il coraggio, ditemi che non è vero.

 

 

 

 

 

 

 

  • Ausilia Greco |

    Lo sappiamo, vero, quanto e’ difficile per un sedicenne italiano trovare il tanto americano lavoretto estivo?
    Lo sappiamo, vero, che gli apprendisti non li prende nessuno perche’ nessuno ha tempo e voglia di star dietro ad un ” incapace ” per insegnargli il mestiere e poi vederlo andar via dopo un mese o due?
    Il che non vuol dire per carita’ trincerarsi dietro il … Tanto il lavoro non si trova …..ma e’ un dato di fatto che “in regola” non e’ facile trovare qualcosa per cominciare a fare esperienza. In nero tutto puo’ essere, forse.
    Concordo pero’ assolutamente con Giovanna, cominciamo a farli lavorare in casa propria. Anche a pagamento, non solo per dovere di restituzione.
    Che senso ha servirli e riverirli per tutto l’anno e pretendere poi che si proiettino nel mondo del lavoro di colpo , dopo un anno ( o peggio una vita ) da principe ereditario , e magari un rendimento sxolastico appena sufficiente o addirittura con materie da recuperare a settembre.
    Concordo quindi anche con Francesca, e’ con noi adulti che ce la dobbiamo prendere, i figli in fondo fanno quello che gli viene chiesto di fare, se glielo si chiede per gradi pero’, non di colpo in contrasto con quello che gli si e’ chiesto fino ad un momento fa.

  • giovanna |

    anche se madre italiana (di un tredicenne), sono più vicina alla cultura americana che cerca di spingere i figli ad uscire di casa prima di quello che normalmente succede in Italia…. forse perchè predico bene e poi razzolo male purtroppo! Credo comunque che i figli apprendano ciò che loro noi insegnamo; a questo proposito dire che già in casa ai ragazzi sia lecito dire “non creare lavoro agli altri” e far rispettare questa “piccola” regola é complicato. Ritengo che se imparano a rifarsi il letto, pulirsi le scarpe, apparecchiare e sparecchiare le tavola…. possa essere un buon punto di partenza (per lo meno per un tredicenne). E quando si è tolto il lavoro agli altri membri della famiglia si può cominciare a far capire che tutto ciò che si fa in più potrebbe essere pagato. Insomma gradualmente credo che i ragazzi debbano abituarsi all’idea che dovranno lavorare per guadagnarsi da vivere. Non credo tuttavia che le proiezioni delle angoscie genitoriali sul futuro incerto possano aiutarli. Agli adulti problemi da adulti, e ai ragazzi, problemi da ragazzi. Per finire, quindi, anche lavorare un po’ può solo aiutarli a crescere; credo che nessuno voglia schiavizzarli! Non è che forse, facendo sempre meno figli, stanno diventando “rari” e quindi considerati erroneamente nel subconscio collettivo quasi come una “razza in via di estinzione” da proteggere?

  • Francesca Barbiero |

    e no! questo no! Insultatemi pure, ditemi pure che appartengo alla casta dei giornalisti fannulloni, ignoranti e gonfi di privilegi. Non mi offendo, davvero. Ma, gentile @fuoridalcoro, io con i ragazzi non me la sono mai presa in vita mia, mai lo farà e nemmeno in questo post. Me la prendevo (bonariamente) con le mamme dei ragazzi, quelle alle quali sento dire che dopo un faticoso anno sui tomi scolastici i figli si devono riposare.

  • fuoridalcoro |

    Forse occorrerà dotarsi di qualche dato numerico prima dell’ arcisfruttato “dagli addosso all’adolescente”, non è che nei blog occorra andare a ruota libera specie se sei sul Sole. Non facendo parte del mondo dei media mi permetto di adottare visuali diverse. Riviera teramana: pizzerie, bar, ristoranti, gelaterie e perché no cantieri sono pieni di giovani e giovanissimi che sudati, agitati, maldestri poverini perché assonnati s’industriano a raccattar soldini
    per l’alba che s’appressa dove godersi gli anni più belli. Del domani non v’è certezza e che c’azzecca il curriculum di lavori a perdere?

  • Francesca Barbiero |

    Eccomi! Sapevo che non sareste stati d’accordo. Nella calura estiva, una provocazione è come un ghiacciolo al limone, rinfresca. Il tono del mio blog è volutamente lieve, e – mi creda @paquin – fare il giornalista non si può definire tra i mestieri che “rendono”. La stima dell’1 a 400mila era -ovviamente – un sasso nello stagno. Riguardo a @raffaele, io non vedo – forse- quello che lui sta vedendo…stiamo guardando due partite diverse? Magari sì. Magari lei mi parla di realtà meno urbane, più piccole di Milano o Roma o Napoli dove ho più o meno le antenne. Piccole cittadine di provincia dove i ragazzi a scuola finita passano il tempo (utilmente) in gelateria. Ma lei parla non di abbandono scolastico, vero? Perchè quella è tutta un’altra storia…

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