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Mission almost impossible. Essere ammessi ad Harvard

Giusto perchè la scuola italiana si prepara venerdì allo sciopero generale, ci sono le marce, i girotondi, le polemiche sui bidelli, che sono di più dei carabinieri, e sui precari che sono più dei bidelli e dei carabinieri messi insieme. Solo perchè in fondo è primavera, le previsioni per la giornata del 6  danno un sole tiepido e 20 gradi praticamente su tutta Italia e ci fa davvero piacere che la merenda nella scuola di Concorezzo potrà essere in giardino.  Ma soprattutto perchè non abbiamo proprio voglia di rovinare una bella festa, che in effetti è già un po' rovinata dal fatto che 65mila precari saranno assunti e quindi alla fine la marcia si affloscia come un soufflè venuto male. Da qui la deliberazione della blogger di tacere e non insistere sadicamente con gli scioperanti in sciopero che magari la malattia della scuola italiana non stia nei tagli di oggi (almeno non solo) ma negli sperperi di ieri, perpetrati drammaticamente in anni scellerati di distacchi, permessi, certificati medici annuali appena ricevuto il trasferimento da Canicattì a Cuneo. Così, un po' perche vedere le cose da lontano fa bene, vi aggiorno sulle ammissioni ai college in America di cui vi avevo parlato qualche post fa nel quale vi avevo informato che per gli studenti italiani è impossibile entrare nelle università americane per via dei voti bassi. La brutta notizia (o la buona, non so dire) è che anche gli studenti americani restano fuori dalle università americane. Mai come quest'anno è stata una catastrofe.  Nelle elitarie e prestigiose università della Ivy League – come Harvard, Yale e Columbia – sono rimasti fuori più del 90% dei ragazzi che avevano presentato la domanda di ammissione. Vi giro la tabella del New York Times .  Allora, è una buona notizia o una cattiva notizia?

  • Francesca Barbiero |

    Gentile @angelo, faccio la giornalista al Sole 24 Ore da circa 20 anni, sono laureata in sociologia e specializzata in comunicazioni sociali all’università Cattolica di Milano. Mi dica poi se la risposta ha soddisfatto la sua curiosità.

  • Angelo |

    Per la signora Francesca Barbiero —
    Mi perdoni signora se le sembrerò impertinente – dico sul serio – ma mi sono incuriosito sulla sua vocazione a scrivere in fatto di scuola e istruzione, tant’é che mi piacerebbe sapere da cosa provenga: se da esperienze professionali dirette e/o da particolari studi e ricerche. Mi sono deciso a porle questa domanda per via del modo in cui ha riportato la notizia del basso admission rate di alcune università straniere.

  • Francesca Barbiero |

    @umberto, il problema è esattamente questo. Il liceo italiano è talmente selettivo che non è allineato con gli altri sistemi scolastici internazionali. Questo per le nuove generazioni è un handicap alla partenza non trascurabile. Nei nostri licei, l’otto come quello di sua figlia è eccellente ma corrisponde a una B se non a una C del sistema anglosassone. Questo è un problema. Uno dei tanti problemi relativi alla formazione di cui nessuno si sta -oggi- occupando.

  • Umberto |

    Io, giuro, queste cose, poste in questo modo non le capisco. I nostri studenti non entrano perchè hanno voti bassi. Va bene, ne prendiamo atto. Se poi però, come mi è successo di verificare di persona, confrontiamo il livello di preparazione di diploma di un nostro ragazzo proveniente da un robusto liceo classico (scientifico, the same) con potenziamento della matematica (mia figlia, 81/100, buona studentessa non eccellente, evidentemente) e il cugino che in Usa finisce una prestigiosa high school di N.Y., che viene invece ammesso ad una di quelle università tanto blasonate, scusate, ma mi vien da ridere.
    Se si volesse essere seri, si dovrebbero rendere omogenei i giudizi ed i criteri di ammissione.
    Se hai 7 di greco non vali nulla? Non potrai imparare le equazioni diff.? Se hai 9 di filosofia, non potrai imparare computer science? Mah!Sono molto perplesso
    Cordiali saluti.

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