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Invalsi, il presidente si dimette e il ministro non decide

Dal 10 maggio tre milioni di studenti e 14mila scuole (dalle elementari alle superiori) sono impegnati nelle prove Invalsi. Se state leggendo questo blog è estremamente probabile che siate sufficientemente edotti (o magistralmente: molti commenti che ricevo ai post sono di persone competentissime, assai più competenti della sottoscritta) su cosa sia l'Invalsi e in cosa consistano le prove. Proprio nel caso in cui siate finiti in questo blog per caso, avevate intenzione di cliccare in quello di Daniele Lepido che svela i mille misteri sull'Ipad 2, spendo quattro parole (ma quattro di numero) sulle prove Invalsi: trattasi di test che vengono "somministrati" ai bambini e ai ragazzi per misurare i livelli di apprendimento in italiano e matematica. Ora – direte voi – sarà tutto pronto dal momento che le prove cominciano tra pochi giorni e interessano MILIONI di alunni. Sì e no. Sì, perchè all'Invalsi stanno lavorando alacremente perchè tutto funzioni a puntino così come lavorano alacremente migliaia di insegnanti e di presidi. No, perchè da dicembre (da dicembre!) l'ormai ex presidente dell'Invalsi Piero Cipollone è a Washington, in forze alla World Bank per conto del governatore di Banca d'Italia Mario Draghi. Se da dicembre dunque fa altro, da marzo si è addirittura dimesso, anche se la notizia ufficialmente è stata diffusa solo qualche giorno fa. Ci possono essere mille ragioni per le quali il ministro Gelmini non abbia ancora provveduto a nominare il nuovo presidente. Ma c'è un dovere etico al quale il ministro non dovrebbe sottrarsi, a pochi giorni da un test così impegnativo per le organizzazioni scolastiche. Di informare e spiegare i motivi di quella poltrona vuota all'opinione pubblica, a insegnanti, presidi, dipendenti della scuola e dell'Invalsi, genitori e alunni. A persone come Chiara Bannella, che mi scrive sul blog e mi chiede: "Cara Francesca, vorrei sapere che ne pensi del fatto che le prove vengono somministrate a tutta la classe, ma poi vengono cestinati i risultati dei bambini con handicap e di quelli di origine straniera. La bravura di un insegnante non si misura anche con la sua abilità a integrare le diversità?" Cara Chiara, su questo tema, più che la mia – di opinione – sarebbe bello sentire quella del ministro. O del nuovo presidente.

  • roberta soggia |

    Rispondo a Chiara Bannella.
    Le prove invalsi non misurano l’integrazione delle diversità, sono una valutazione oggettiva delle competenze matematiche e linguistiche raggiunte dagli allievi al termine di un ciclo di studi, rigorosamente misurate a livello di singola scuola e di intero sistema di istruzione.
    Per questo alunni che partono da una situazione di svantaggio dovuto a cause interne, come l’handicap, o esterne, come il recente arrivo in italia, non vengono valutati insieme agli altri. Vengono valutati a parte, se la scuola lo richiede, per una valutazione di tipo formativo, ma comunque non entrano a far parte della valutazione media di alunni a “sviluppo tipico” o di madrelingua italiana. Come diceva don Milani, “non vi è nulla di più ingiusto che fare parti uguali tra disuguali”.
    L’integrazione è un valore che si “misura” seguendo altri parametri e purtroppo non credo che tale obiettivo sia nell’agenda del nostro ministro.
    Sulla scuola è giusto che tutti esprimiamo pareri, ma è auspicabile informarsi correttamente prima di tranciare giudizi affrettati, che più o meno velatamente mirano proprio a sindacare sull’operato degli insegnanti, categoria che si trova oggi a dover far fronte a compiti di ogni genere – dalla qualità della performance, in classi di 28 alunni, all’integrazione dei disabili senza l’aiuto di insegnanti di sostegno – ed è spesso bersaglio preferito di frasi infelici, di cui il nostro Presidente del Consiglio fornisce l’esempio agli avventori dei bar.
    Roberta Soggia, insegnante di scuola primaria

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