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Qualità e merito. Chi sta con la Gelmini?

Lo so che è poco popolare, inopportuno, che genererà il primo suicidio mediatico  di una blogger. E sento anche che andrà a finire male, che non cercherete più i nuovi post su Scuola di sopravvivenza, lasciandomi così, appoggiata ai miei dizionari, desolatamente sola, a galleggiare nell'iperspazio virtuale senza nemmeno una visita occasionale, un insignificante e marginale clic mentre "surfate" dentro Internet.  Ma ve lo devo proprio dire. Io, su questa storia della qualità, del merito, delle criticatissime prove Invalsi, non riesco a non pensarla come la Gelmini come Abravanel, come Cipollone (presidente Invalsi anche se in uscita) e come Perotti.  Credere che si possa fare a meno, oggi, di misurare -in maniera standardizzata e il più possibile oggettiva – l'apprendimento scolastico è vecchio, è sbagliato, miope. Mi spingo oltre. Nessuna  – ma dico proprio nessuna – ragione del partito dei "no" ai test (a cosa servono; denaro speso male; stress da prova) che registro dai Cobas degli insegnanti, pronti a boicottare le prove fissate a maggio, o che leggo nei Gruppi Anti-Invalsi che proliferano su Facebook  come batteri in una coltura, è una ragione che fa bene ai ragazzi. Le prove si possono fare meglio. Si faranno sicuramente meglio. Più tempo per svolgere i test, più giorni per la somministrazione, più matematica, meno grammatica. O viceversa. Ma chi difende l'indifendibile diversità del sistema scolastico italiano, l'impossibilità a misurarlo, chi tenacemente si ostina a non voler premiare la qualità e il merito, si sbaglia. E si sbaglia sulla pelle dei ragazzi. 

  • Francesca Barbiero |

    Gentile Chiara, le tue domande sono davvero impegnative, ho bisogno di un po’ di tempo per rispondere! Per ora riporto il tuo commento nel mio nuovo post sull’Invalsi.

  • Chiara Bannella |

    Cara Francesca, vorrei sapere che ne pensi del fatto che le prove INVALSI vengono somministrate a tutta la classe, ma poi vengono cestinati i risultati dei bambini con handicap e di quelli di origine straniera? La “bravura” di un insegnante non si vede forse anche dalla capacità che ha di integrare le diversità? Una maestra di quinta elementare che abbia lavorato per 5 anni con in classe – ad esempio – un bimbo down e un paio di stranieri potrebbe aver fatto un lavoro egregio rispettando i programmi ministeriali e soprattutto insegnando ai bambini l’accettazione, l’integrazione, il rispetto per le diversità…ma la sua classe nell’insieme potrebbe essere un po’ indietro anche a causa di questo sforzo in più che è stato richiesto a tutti. Come si valuta il lavoro fatto con disabili e stranieri? Che messaggio si da se si premiano gli insegnati e le scuole che fanno bene il loro lavoro con i bambini più facili da gestire? Secondo te alla fine non si disincentiva ulteriormente l’integrazione e l’accoglienza? E se davvero ci fossero incentivi economici alle scuole i cui alunni vanno meglio ai test invalsi come ? Insomma, ben venga la valutazione dei risultai della scuola e degli insegnanti ma che si inventino un sistema capace di valutare nel complesso il lavoro della classe e non solo le risposte ai quiz rese da un gruppo selezionato (= italiani normodotati).

  • Francesca Barbiero |

    Per @ros: lo spirito delle prove Invalsi è proprio questo. Mettere a punto un sistema in cui i cosiddetti obiettivi formativi siano standardizzati. @mamma tocca un punto dolente: attualmente i risultati non sono trasparenti, accessibili. Questo impedisce la libertà di scegliere la scuola in relazione anche all’impegno (@ros ha ragione a chiedere studio e sacrificio) che si è disposti a dare per ottenere un certo risultato. @manuela mi chiede perchè tutto questo a mio parere avvenga sulla pelle dei ragazzi. Le segnalo – se non lo ha già letto – il libro di Paola Mastrocola “Togliamo il disturbo”. La vera chance (democratica, non classista) che hanno questi ragazzi è lo studio non un passaggio ad Amici come si vorrebbe far loro credere. Chi merita e chi ha voglia di studio e sacrificio (come scrive @ros) ha il diritto di conoscere i risultati degli studenti che frequentano quell’istituto. Chiedere a un alunno di quinta elementare – come è successo alle prove Invalsi dello scorso anno – di riconoscere un pronome personale mi sembra sia un criterio di valutazione sui risultati e non sui questionari. Spero davvero di aver dato a @manuela degli argomenti (non assunzioni) per non abbandonare il blog.

  • manuela |

    “Si sbaglia sulla pelle dei ragazzi”.. perchè?
    Per carità, io sono d’accordo. Come insegnante ritengo che l’unico vero criterio di valutazione degli insegnanti non siano i questionari agli studenti ma i risultati che essi hanno.
    Ritengo però che un “suicidio mediatico” se sarà, sarà più dovuto al fatto che non ci sono argomenti nel post, solo assunzioni.

  • mamma |

    condivido pienamente questo articolo.
    io sono a favore di un salario di produttività commisurato al voto dato dai genitori e dagli alunni…
    sono rappresentante d’istituto e purtroppo siamo molto lontani, mancanza di trasparenza (i risultati degli invalsi sono segreti?) ho fatto richiesta di accesso agli atti all’Invalsi ma dicono che non sono atti amministrativi (che oscenità giuridica!)
    sarebbe opportuno partire anche dall’essenziale: timbratore elettronico delle presenze per iniziare? obbligo di insegnare con obiettivo recupero d’estate ?

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