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Istruzioni per non farli dormire in classe (per chi non ha paura di Internet, Social Network, eBook…)

Dove eravamo rimasti ? Al filosofo Roberto Casati, che sul Sole 24 Ore -  a proposito dei nativi digitali -  propone che la scuola faccia quello che la società non fa. In altre parole,  è bene che in classe succeda quello che succede oggi, ora, in questo momento (e che succedeva ieri e l'altro ieri).  Il vulnus  del discorso  è che invece i ragazzi  (quelli sì!) sono profondamente cambiati e  – in quanto nativi digitali –  hanno un approccio che si basa principalmente sull'esperienza, meno dogmatico del nostro, più attivo.  Sono quindi metodologicamente intolleranti a un sistema che preveda che  i contenuti vengano trasmessi dall'alto "in un rapporto uno-molti come è tipicamente quello tra l'insegnante e la classe" scrive Armando Massarenti riprendendo i contenuti del libro di Paolo Ferri "Nativi digitali". E' ormai dimostrato quanto l'uso di Internet stia modificando la configurazione neurale delle nostre menti adulte e cartacee, figuriamoci di questi simpatici alieni coi brufoli, scarpe da ginnastica e menti atrofizzate, incapaci di ricordare persino il più elementare numero telefonico.  Cito Massarenti: " Sfruttiamo a scopi formativi l'intelligenza digitale che i nativi sviluppano fuori dalle aule e portiamola dentro le classi, utilizziamo la loro capacità di risolvere problemi, l'interattività, la creatività, la gratuità dei nuovi mezzi allo  per farli apprendere.   Gli studenti attraverso il loro stile partecipativo digitale  hanno bisogno di nuove modalità didattiche e nuovi stili didattici". A meno di non perderli – certamente non tutti – ma sicuramente la maggior parte. Studenti accasciati sui banchi, assorti a fissare quell'insignificante punto del soffitto che è il loro codice d'accesso per abitare l'altrove. Fermi, involuti, imbozzolati. Mentre magari, aprendo le classi ai nuovi media interattivi , si potrebbe provare a realizzare l'utopia immaginata dal più grande educatore del Novecento, John Dewey. Una scuola che educhi alla creatività, alla partecipazione attiva, alla cooperazione  tra individui non atomizzati e quindi alla democrazia come "medium cognitivo" per risolvere problemi.  Una scuola che insegni   – se non a tutti, al maggior numero possibile, auspicabile,  proprio per il bene di tutti– a  trovare soluzione future per Fukushima e per Lampedusa, per il buco nell'ozono e la sclerosi multipla. Che spreco di energie non provarci.

  • Angelo |

    Esistono delle attività che richiedono uno sforzo dell’intelligenza per poter essere pienamente compiute. Dal punto di vista dello studente queste sono il seguire lo svolgimento della lezione sulla lavagna nera scritta col gesso dal docente, e lo studiare sui libri e sui propri appunti.
    L’utilizzo dei libri quale mezzo di studio stimola l’uso dell’intelligenza. Diversamente, l’utilizzo di mezzi multimediali, come le maledette lavagne multimediali, dove immagini in movimento e suoni prevalgono sul contenuto – in altre parole, dove il mezzo si sostiuisce al messaggio – ha l’incontrollabile e deleterio effetto di stimolare notevolmente “i sensi” dello studente anzichè la sua intelligenza.
    Ricordiamoci sempre che per fare la scuola servono un insegnante, un gesso, una lavagna, ed un’aula piena di studenti volenterosi. Se la scuola ha ricchissimi laboratori ma non c’e’ il docente, la lezione non si può fare; al contrario, con l’insegnante la lezione si fa comunque, con o senza laboratorio ed attrezzature multimediali.
    Ergo, è negli insegnanti che bisogna prioritariamente investire, e non sulle attrezzature; è necessario investire sulla loro preparazione, nello sviluppo delle loro capacità pedagogiche e di relazione, sul loro bagaglio tecnico, psicologico e umano. Investire solo in attrezzature, come sta facendo adesso il ministero, non serve a nulla.

  • Francesca Barbiero |

    @Carlo, non può cavarsela così, con poche battute. Ci dica meglio cosa pensa. Non lo faccia per me ma per @Ivano e per @Alfredo e per @Tiziana. Per quei lettori che hanno lasciato commenti lunghi e motivati per dire come la pensavano. L’aspetto. Francesca

  • Carlo Columba |

    L’articolo affronta superficialmente disarmanti banalità.

  • Francesca Barbiero |

    Anche io dico bravo al libero pensatore Ivano Illico ma anche ad Alfredo che ha un sito in cui racconta dei suoi piccoli scienziati (www.divini.net/alfredo/ ). Le mie osservazioni non erano sul dominio della Lim o della tecnologia sull’uomo, per carità! Niente, NIENTE potrà mai competere con insegnanti competenti e appassionati come Ivano o come Alfredo o come Tiziana. Io parlavo di come provare a recuperare allo studio e alla conoscenza quei ragazzi, quei tanti (troppi) ragazzi che sono a scuola ma non sono davvero a scuola. Quelli che annaspano, che galleggiano, che risalgono a fatica la corrente fino al primo- secondo anno del liceo dove poi viene poi compiuta la mattanza (giusta peraltro, perchè la maggior parte di loro non ha aperto libro durante tutto l’anno). Per loro contempliamo solo lo sterminio finale oppure proviamo a recuperarli?

  • alfredo tifi |

    Che bella idea il “paper divide”! Bravo Illico. Non è stato detto nulla contro la presunta abilità nel risolvere problemi. Lo faccio io. Li risolvono sì, senza parole, senza concetti, senza capitalizzare principi generali, senza trasferibilità, senza comprensione e pertanto senza trasferibilità. Sono pure sequenze di azioni acquisite per TENTATIVI ED ERRORI! Su delle macchine che per necessità puramente commerciali non si distruggono qualunque sia la sequenze digitate. Altrimenti vorrei vederli imparare a guidare l’automobile per tentativi ed errori! E una disciplina? guardate, che le discipline servono. In esse c’è tutto ciò che l’umanità ha prodotto di buono. E stanno dentro le scuole, non dentro ai gadget tecnologici. La videogiochizzazione della realtà! Molto attinente la comprensione del mondo reale, la sua complessità! Molto formativa! Purtroppo anche le scimmie sanno fare queste cose. Anche io sono per introdurre le tecnologie, ma prima o al più assieme, bisogna introdurre le teste nuove! Che non dimentichino principi pedagogici fondamentali come fa Francesca Barbiero (si vada a leggere il capitolo IV di Pensiero e Linguaggio di Lev Vygotsky. Gli studenti delle nuove generazioni non sono cambiati a tal punto e non hanno bisogni fondamentali così tanto mutati) Nel dire che “magari” aprendo la scuola alle abilità smanettatorie dei giovani digitanti si potrà salvare il nostro sistema educativo. E’ quel “magari” che rende conto della cialtroneria di queste proposte. Non c’è il minimo fondamento psicologico. Tra l’altro è tutta da dimostrare la certezza che gli studenti smanettanti siano sempre più abili (e perciò da assecondare) dei giurassici cartacei come noi nell’uso delle tecnologie (forse vale per gli sprint, ma non per qualunque cosa che duri più di 30 minuti). I problemi di inadeguatezza della scuola esistono, ma non sono misurabili dal technological divide. Il talento, caro Gianni, non è in mano ai docenti “nativi digitali”, così come l’interattività non è misurata dalle LIM in classe.

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